Reddito di Dignità, la promessa di Tridico, strumento sociale o bandiera
elettorale?
di Marilina Intrieri
Il candidato alla presidenza della regione Calabria Tridico ha deciso di giocarsi
per la campagna elettorale la carta del reddito di dignità, presentato come il
pilastro del suo programma per combattere povertà ed esclusione sociale. Tridico
torna così a brandire il reddito di cittadinanza come vessillo identitario, accusando
chi ne ha ridimensionato la portata di aver “colpito i poveri”.
Un’idea certamente suggestiva che richiama il vecchio reddito di cittadinanza che
ha dato un sollievo e un sostegno economico per un certo periodo a migliaia di
famiglie calabresi in difficoltà, soprattutto nelle regioni meridionali. Sul secondo
fronte, però, quello dell’inserimento lavorativo, i numeri hanno raccontato un
fallimento: i centri per l’impiego non hanno retto la sfida, e il “patto per il lavoro”
è rimasto, nella maggior parte dei casi, lettera morta.
E in Calabria come altrove, il sussidio che ha garantito una forma di
sostentamento, non ha però spezzato il circolo vizioso dell’assistenzialismo. Anzi,
in più contesti ha alimentato distorsioni: dal lavoro nero mascherato al peso
politico clientelare, fino a una percezione sociale ambigua, dove il diritto al
sostegno rischiava di diventare un privilegio da difendere a prescindere.
La narrazione elettorale di Tridico semplifica un dibattito più complesso e rischia
di piegare a slogan uno dei temi più delicati per il Paese: la lotta alle
diseguaglianze.
E dietro il suo slogan si nasconde una triste realtà: quella che nel bilancio
regionale le risorse occorrenti semplicemente non ci sono, in pratica una promessa
elettorale a debito.
Tridico annuncia un reddito minimo integrativo da finanziare con fondi europei,
ma omette un dettaglio essenziale: l’uso del Fondo sociale europeo Plus (FSE+) e
del PNRR è rigidamente vincolato a progetti specifici di formazione e inclusione
lavorativa. Non è una cassa libera da cui attingere a piacimento. Per attivare un
sussidio universale servirebbero parziali importanti stanziamenti regionali
ordinari. E qui si apre il vero nodo: la Calabria ha già un bilancio fragile,
impegnato a coprire sanità, debiti storici e spese obbligatorie.
E la proposta di legge formulata dal consigliere regionale del pd Mammoliti
parallela al progetto di Tridico ha quantificato in 500 euro al mese per 15.000
famiglie. Una misura che costerebbe decine di milioni l’anno. Dove trovarli? Non
certo nella spesa corrente regionale, già sottoposta a piani di rientro e vincoli
statali. Il rischio più evidente è che il Reddito di Dignità resti una promessa da
campagna elettorale, priva di gambe per camminare.
Alcune Regioni lo hanno già introdotto con risultati controversi. In Puglia nel
2016 che dopo i primi anni si è inceppato; la Basilicata aveva tentato un reddito
minimo d’inserimento finanziato dalle royalties petrolifere, anche qui con
risultati modesti, tanti aventi diritto sulla carta, pochissimi reinseriti nel mondo del
lavoro. In Campania e Toscana hanno sperimentato bonus e forme di sostegno
analoghe, sempre legate a bandi annuali, ma con impatto sociale ridotto rispetto
alle aspettative.
Ma cosa accomuna questi territori regionali? La difficoltà di trasformare un
sussidio in politiche attive efficaci e cosa o invece li distingue dalla Calabria? La
solidità dei bilanci. La Puglia ha un bilancio regionale di oltre 8 miliardi di euro, la
Toscana sfiora i 12 miliardi: margini che consentono, almeno in parte, di
sperimentare misure proprie di welfare. La Calabria invece si ferma a circa 6
miliardi, di cui oltre il 70% come già detto già assorbito dalla sanità e da spese
obbligatorie.
Ecco il punto cruciale: se in Regioni più ricche e strutturate il reddito di dignità è
finito per ridursi a misure parziali e insufficienti, come potrebbe la Calabria, con
minori risorse e un bilancio in affanno cronico, trasformarlo in un sostegno stabile
e universale?
Per questo sorprende che oggi, invece di un’analisi onesta e propositiva su cosa
non ha funzionato nel RDC, si torni a utilizzare il tema come clava elettorale.
La vera sfida per un territorio che invecchia e che soffre di un cronico ritardo in
produttività e occupazione giovanile non è rivendicare il passato, ma costruire
strumenti di inclusione attiva: formazione, incentivi mirati alle imprese, servizi
territoriali per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Il dibattito dovrebbe quindi misurarsi su come garantire un welfare capace di
proteggere i più fragili senza cristallizzare la marginalità, su come dare un futuro,
non solo un sussidio.
Continuare a dividere l’opinione pubblica fra “nemici dei poveri” e “paladini
dell’assistenza” rischia solo di svilire un tema serio e di lasciare irrisolti i nodi
veri: il lavoro che manca, i servizi che non funzionano, le politiche di sviluppo che
non decollano.
La Calabria non ha bisogno di nuovi annunci che rischiano di alimentare illusioni
e quindi provocare altri dolori. Il vero nodo da affrontare resta quello di sempre:
creare lavoro e sviluppo, non moltiplicare sussidi senza copertura.
L’assistenzialismo ha già mostrato i suoi limiti con il reddito di cittadinanza che
ha alleviato per qualche tempo la povertà ma non ha aperto nuove opportunità
occupazionali. Riproporre in Calabria la stessa ricetta, senza affrontare il tema
delle risorse e della produttività, significa ripetere un copione già visto.
Il messaggio deve quindi essere chiaro agli elettori: si può discutere di sostegni al
reddito, si può ragionare su nuove forme di inclusione sociale, ma non si può far
credere ai cittadini che la Calabria disponga di miliardi che non ha per erogare un
reddito di dignità. La serietà della politica si misura sulla fattibilità delle proposte,
non sulla capacità di evocare slogan in campagna elettorale e a chi lo spara più
grosso .
E quando la campagna elettorale finirà, i cittadini avranno più che mai bisogno di
risposte concrete.
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