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Crotone, una città al crocevia: violenza, affari e controllo del territorio

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Crotone visse un’espansione urbana e demografica disordinata. Il porto e le filiere commerciali locali divennero snodi strategici per i traffici illeciti: dal contrabbando di sigarette alle intermediazioni sul mercato ittico, fino agli appalti per le opere portuali e l’edilizia urbana. In questo scenario si consolidarono gruppi criminali strutturati, con gerarchie ancora informali ma già capaci di esercitare un forte controllo sul territorio. Erano anni in cui lo Stato non aveva ancora riconosciuto giuridicamente la specificità mafiosa calabrese come reato autonomo.

Nell’estate del 1973, in una città già segnata da una violenza endemica, esplose una delle pagine più cruente della storia mafiosa calabrese del dopoguerra: la faida tra la famiglia Vrenna, guidata dal temuto Luigi Vrenna detto “u’ Zirro” o “zu’ Luigi” e i Feudale, rivali per il controllo degli affari e del territorio. Covato da anni, il conflitto deflagrò in una spirale di sangue che tra luglio e settembre lasciò sul terreno molte vittime  segnando uno spartiacque nella storia della giustizia calabrese.

 

L’agguato a Ninì Vrenna: la miccia della guerra mafiosa

Il 27 luglio 1973 Ninì Vrenna, figlio ventiduenne di Luigi “u’ Zirro”, noto per la sua brutalità e i suoi metodi spietati, percorreva in automobile via Regina Margherita, una delle arterie principali di Crotone. Un commando mafioso lo sorprese all’improvviso, aprendo il fuoco e crivellando la sua auto di colpi.

Ninì tentò disperatamente di fuggire uscendo dal veicolo ormai ridotto a un colabrodo ma cadde esanime sul selciato. L’azione brutale non si fermò: i sicari del clan Feudale con disprezzo e ferocia estreme passarono più volte con l’automobile sul corpo del giovane lasciandolo martoriato davanti agli occhi attoniti dei passanti.

Quello non fu soltanto un omicidio ma una vera e propria dichiarazione di guerra. Segnò il punto di non ritorno. Da quel momento, la vendetta dello zu’ Luigi vrenna  sarebbe stata inesorabile.

L’eccidio dei fratelli Feudale: la strage che scosse Crotone

Il 20 settembre, in pieno giorno, il cuore di Crotone fu nuovamente scosso dal sangue. Un commando armato della cosca Vrenna, su ordine diretto del suo capo  Luigi, mise in atto la rappresaglia: nella piazza del mercato, nel centro della città, furono assassinati i giovanissimi fratelli Feudale, Domenico, 19 anni, e Salvatore di appena 10.

Una morte atroce, i due ragazzi tentarono invano di rifugiarsi dietro il bancone del mercato ittico per scampare alla morte. Domenico cadde prima sotto i colpi mentre col suo corpo cercò di fare  scudo al fratellino mentre il piccolo Salvatore morì  dopo per le gravissime ferite riportate.

La ferocia di quell’agguato non risparmiò i due giovani. La città intera rimase attonita e sconvolta: un silenzio gravido di dolore e indignazione calò sulle strade, come se il tempo si fosse fermato. Fu in quel momento che nacque in tanti di noi, giovanissimi, la consapevolezza che solo guardando in faccia la verità si può scegliere di non ripeterla e che per rompere quel silenzio opprimente calato sulla città dinanzi a quella mattanza  occorre esercitare  il coraggio della verità.

Da quel giorno, purtroppo, Crotone non fu più teatro di “semplici faide familiari”. Era entrata in scena una criminalità organizzata capace di imporre con il sangue la propria legge.

Luigi “u’ Zirro” Vrenna: ascesa e potere di un boss

Luigi Vrenna, detto “u’ Zirro”, emerse come capo indiscusso della criminalità crotonese, capace di aggregare manovalanza e referenti economici. Il suo potere poggiava:

  • sul controllo del territorio, esercitato anche attraverso la presenza costante ne bar di famiglia in adiacenza  della piazza Pitagora sulla Mario Nicoletta, divenuta luogo simbolo del clan nel quale  affiliati e fiancheggiatori si incontravano regolarmente e dove, in seguito sarebbero stati eseguiti gli ordini di cattura emessi dalla procura della Repubblica;
  • sulla violenza esemplare fatta di omicidi, agguati e spedizioni punitive;
  • sulla intermediazione economica che abbracciava porto, mercati e  settore edilizio.

Al  fianco di Luigi  Vrenna sempre il figlio Ninì tanto spietato che veniva  temuto persino dagli affiliati. La  figura di Ninì più che rafforzare il prestigio del padre finì per renderlo vulnerabile, la sua uccisione avrebbe scatenato la catena di sangue e l’intervento immediato della procura della repubblica che repentinamente  e direttamente colpì il boss mafioso. Fu un’azione che anticipò di quasi un decennio la legislazione antimafia moderna.

Ricordo bene quei momenti da studentessa. Quell’episodio, passato alla storia come “l’eccidio del mercato”, segnò per sempre la memoria collettiva della città. Per noi, giovanissimi, quella strage di innocenti fu la prova concreta di quanto cieca, devastante e orribile potesse essere la logica della vendetta mafiosa.

La reazione dello Stato: il procuratore Filippelli e la nuova lettura del fenomeno mafioso

L’opinione pubblica fu profondamente scossa. A spezzare quel clima di paura intervenne il procuratore della Repubblica di Crotone, Michele Filippelli, che tempestivamente lesse la vicenda non come una somma di delitti isolati ma come fenomeno unitario di  un’organizzazione criminale strutturata con gerarchie definite e un vertice decisionale radicato nel territorio. Una lettura pionieristica, se si considera che si era nel 1973-1974 e il quadro normativo era ancora segnato dall’assenza del reato di associazione di tipo mafioso. La magistratura poteva procedere soltanto per associazione a delinquere (art. 416 c.p.), omicidi, porto e detenzione di armi, estorsioni, danneggiamenti, minacce, ecc.

In quel  contesto, l’azione del procuratore rappresentò una svolta metodologica: colpire direttamente il vertice come regista di una violenza sistemica.

Il 9 ottobre 1973, meno di venti giorni dopo l’eccidio del mercato, il procuratore Filippelli spiccò un mandato di cattura contro Luigi Vrenna e contro uno dei  figli del boss per concorso nel duplice omicidio dei fratelli Feudale. Rammento che allora le misure cautelari e le indagini si muovevano entro le regole processuali del codice Rocco.

Fu quello  uno dei primissimi mandati di cattura in Calabria emessi contro un boss di mafia noto. Dopo alcuni giorni di latitanza, u’ Zirro venne catturato in una masseria dell’entroterra del Marchesato, fu  un’operazione congiunta di Carabinieri e Polizia, agli ordini della procura, diretta dal capitano Onorati, condotta con la massima riservatezza per il grande rischio di fughe di notizie e connivenze ambientali.

La scelta della  procura della repubblica di Crotone di colpire il vertice ebbe  valore simbolico e operativo: attribuire responsabilità diretta ai capi, responsabilizzare le forze dell’ordine in azioni coordinate,sottrarre legittimazione sociale al potere criminale.

Il processo di Catanzaro (1974): un precedente storico per l’Italia

Il processo a Luigi Vrenna e agli uomini della sua cosca si celebrò nel 1974 davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro competente anche per i reati commessi nel circondario di Crotone.

L’istruttoria condotta dal procuratore della Repubblica di Crotone Filippelli che esercitò l’azione penale e portò il caso a giudizio, segnando una svolta metodologica nelle indagini di mafia. Davanti alla Corte d’Assise, l’accusa fu formalmente sostenuta dalla Procura di Catanzaro in stretta continuità con l’impianto probatorio costruito da Filippelli e dalla sua squadra investigativa.

La pubblica accusa presentò prove innovative: testimonianze pur raccolte in un clima ostile, perizie balistiche, documenti bancari e persino rudimentali intercettazioni ambientali. Strumenti pionieristici per quell’epoca affiancati a pedinamenti, osservazioni prolungate e analisi dei movimenti finanziari e patrimoniali che permisero di costruire un mosaico probatorio solido con la convergenza di indizi gravi, precisi e concordanti che consentì di delineare una regia criminale continuativa pur in assenza, ancora, di un autonomo reato mafioso. La narrazione giuridica unitaria collegò omicidi, luoghi, interessi economici, rapporti di forza e condotte intimidatorie, individuando un chiaro vertice decisionale.

La Corte,quindi, condannò Luigi Vrenna all’ergastolo per omicidio plurimo aggravato e associazione a delinquere, riconoscendo implicitamente l’esistenza di una struttura mafiosa organizzata. La sentenza rappresentò un precedente storico, un atto coraggioso che anticipò di ben otto anni la legislazione antimafia introdotta nel 1982 con la legge Rognoni-La Torre che definì il reato di associazione di tipo mafioso con l’art. 416-bis c.p.

Il significato storico: colpire i vertici prima della legge antimafia

Con la condanna di Luigi Vrenna, “u’ Zirro” la giustizia dimostrò di poter colpire i vertici mafiosi anche in attesa che lo Stato disponesse di strumenti legislativi adeguati.

Crotone oggi: la lezione ancora viva contro la ’ndrangheta

Oggi la ’ndrangheta non si mostra più con omicidi in pieno giorno, ma si infiltra negli appalti, nei servizi, nell’agroalimentare, nel settore ambientale. Il potere è più silenzioso, ma non meno pervasivo ma  la  lezione del 1973-74 resta intatta: senza coraggio, la giustizia resta lettera morta.

Il coraggio della magistratura, delle forze dell’ordine e di quanti allora spezzarono il muro di omertà dimostrò che la mafia poteva essere sconfitta.

A distanza di oltre cinquant’anni, quella vicenda resta una pietra miliare.

Il procuratore della Repubblica di Crotone Michele Filippelli, con la sua visione, anticipò lo Stato: oltre a perseguire singoli delitti  riconobbe e colpì un sistema criminale e la sua azione contribuì a costruire la cultura dell’antimafia.

La lezione di allora rimane: senza giustizia lo Stato non esiste. E senza coraggio, la giustizia non vive.