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Ieri sera ho seguito con interesse la prima trasmissione televisiva del procuratore Nicola Gratteri su La7, “Lezioni di mafia”: un contributo importante per diffondere consapevolezza civile e rafforzare il senso dello Stato. Tuttavia, mi preme ricordare che la battaglia contro la mafia in Calabria non è iniziata oggi. Cinquant’anni fa, già nella Crotone degli anni Settanta, la magistratura e le forze dell’ordine seppero reagire con coraggio a una violenza che sembrava incontrollabile.

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Crotone visse un’espansione urbana e demografica disordinata. Il porto e le filiere commerciali locali divennero snodi strategici per traffici illeciti: dal contrabbando di sigarette, alle intermediazioni sul mercato ittico, fino agli appalti per le opere portuali e per l’edilizia urbana. In questo scenario si consolidarono gruppi criminali strutturati, capaci di esercitare un forte controllo sul territorio. Lo Stato non aveva ancora riconosciuto la specificità mafiosa calabrese come reato autonomo e le inchieste erano rese più difficili da complicità ambientali e da un diffuso clima di paura.

La faida Vrenna-Feudale

Nell’estate del 1973 esplose una delle pagine più cruente della storia calabrese: la faida tra la famiglia Vrenna, guidata dal temuto Luigi “u’ Zirro”, e i Feudale, rivali per affari e potere. La miccia fu l’agguato del 27 luglio a Ninì Vrenna, figlio ventiduenne dello Zirro, conosciuto per brutalità e arroganza. Fu sorpreso da un commando mentre percorreva via Regina Margherita: colpito a raffica, cadde esanime, e i sicari infierirono sul suo corpo davanti a numerosi testimoni. Non fu soltanto un omicidio ma una vera e propria dichiarazione di guerra.

L’eccidio del mercato

La vendetta fu terribile. Il 20 settembre 1973, in pieno giorno e nel cuore della città, un commando della cosca Vrenna assassinò i fratelli Feudale: Domenico, 19 anni, e il piccolo Salvatore, di soli 10. I due tentarono di rifugiarsi dietro i banchi del mercato ittico, ma furono raggiunti dai colpi. Domenico cercò invano di fare scudo al fratellino. La città intera rimase sconvolta: un silenzio gravido di dolore e indignazione calò sulle strade, segnando la presa di coscienza di molti giovani. Fu il momento in cui la popolazione capì che non si trattava più di ‘faide’ familiari ma di una vera criminalità organizzata. Nelle scuole e nei corridoi si preferiva il silenzio, per paura, mentre pochi ebbero il coraggio di parlarne apertamente.

L’arresto di Luigi Vrenna

Luigi Vrenna emerse come capo indiscusso: controllava porto, mercati, edilizia e imponeva la sua legge dal bar di famiglia in piazza Pitagora. Ma la Procura reagì. Il 9 ottobre 1973, meno di venti giorni dopo l’eccidio, il procuratore Michele Filippelli spiccò un mandato di cattura contro lo Zirro e uno dei suoi figli: uno dei primi provvedimenti simili in Calabria contro un boss noto. Dopo giorni di latitanza, Vrenna fu arrestato in una masseria del Marchesato con un’operazione condotta dal capitano Onorati, che agì con la massima riservatezza per evitare fughe di notizie dovute a possibili connivenze locali. Colpire il vertice ebbe un valore simbolico enorme: significò attribuire responsabilità diretta ai capi e togliere legittimazione sociale al loro potere.

Il processo di Catanzaro

Nel 1974 si celebrò il processo davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro, allora competente per i reati più gravi di Crotone. L’impianto accusatorio, costruito da Filippelli e dalla sua squadra, fu innovativo: testimonianze raccolte in un clima di paura, perizie balistiche, documenti bancari, pedinamenti e persino rudimentali intercettazioni ambientali. La Corte condannò Luigi Vrenna all’ergastolo per omicidio plurimo e associazione a delinquere, riconoscendo implicitamente l’esistenza di una struttura criminale organizzata. Questa sentenza rappresentò un precedente storico, otto anni prima dell’introduzione della legge Rognoni-La Torre del 1982, che definì con l’articolo 416-bis il reato di associazione mafiosa. Quella scelta pionieristica dimostrò che anche con strumenti normativi limitati era possibile colpire i boss.

La lezione per l’oggi

La vicenda dimostrò che era possibile colpire i vertici mafiosi anche senza una legislazione adeguata. Filippelli, morto in servizio pochi anni dopo, non vide il compimento della sua intuizione, ma contribuì a fondare la cultura dell’antimafia. Oggi la ’ndrangheta non si mostra più con omicidi in pieno giorno, ma si infiltra negli appalti, nei servizi pubblici, nel settore agroalimentare e nella gestione dei rifiuti. Il potere è più silenzioso, ma non meno pervasivo. La lezione del 1973 resta però attuale: senza giustizia lo Stato non esiste, e senza coraggio la giustizia non vive. Ricordare quelle vicende significa onorare la memoria di chi ebbe la forza di guardare in faccia la realtà e reagire.