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Roma 4 novembre 2025

L’Alta Corte disciplinare nella riforma Nordio: equilibrio tra indipendenza e responsabilità

Marilina Intrieri

Con l’approvazione parlamentare del disegno di legge costituzionale noto come “riforma Nordio”, attualmente in attesa di referendum confermativo ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione,l’ordinamento giudiziario italiano si avvia verso una trasformazione profonda. Tra le innovazioni più significative vi è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, nuovo organo di garanzia costituzionale incaricato di giudicare sulle responsabilità disciplinari dei magistrati.

L’Alta Corte disciplinare nasce con l’obiettivo di separare nettamente la funzione di autogoverno della magistratura dalle funzioni di controllo e disciplina. L’attuale sistema, che attribuisce al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) il potere disciplinare, è stato spesso criticato per il rischio di autoreferenzialità. La riforma intende superare tale impostazione, istituendo un organo terzo, autonomo, e non riconducibile né al potere politico nè al corpo giudiziario.

Secondo il testo approvato dal Parlamento nell’ottobre 2025, l’Alta Corte disciplinare sarà composta da 15 membri di cui nove togati (sei giudicanti e tre requirenti) estratti a sorte tra magistrati con almeno vent’anni di servizio e esperienza di legittimità, sei laici: tre nominati dal Presidente della Repubblica e tre estratti a sorte da un elenco approvato dal Parlamento, composto da professori ordinari di diritto e avvocati con almeno vent’anni di professione. Il Presidente dell’Alta Corte sarà eletto tra i membri laici nominati dal Capo dello Stato o estratti dall’elenco parlamentare.

L’Alta Corte esercita la giurisdizione disciplinare sui magistrati ordinari, sia giudicanti sia requirenti. Le sue decisioni sono impugnabili in secondo grado davanti alla stessa Corte, in diversa composizione, secondo quanto stabilirà la legge ordinaria di attuazione.

La sottrazione del potere disciplinare al CSM, storicamente concepito come baluardo dell’indipendenza della magistratura, è percepita da molti giudici come una lesione del principio di autogoverno. Tuttavia, la storia recente mostra come l’autogoverno, pur garanzia di autonomia, si sia talvolta tradotto in una forma di tutela interna eccessiva, alimentando quello che molti osservatori definiscono uno spirito di casta.

Fatti salvi pochi casi di rilevanza pubblica, come quello di Palamara, i procedimenti disciplinari sono apparsi rari e poco incisivi. La riforma, nel trasferire la competenza disciplinare a un organo esterno, mira dunque a ristabilire un equilibrio tra indipendenza e responsabilità.

L’indipendenza del magistrato non può trasformarsi in immunità: deve fondarsi su un controllo imparziale e credibile anche agli occhi del cittadino.

L’Alta Corte disciplinare rappresenta un tentativo di rinnovare la fiducia del cittadino nella giustizia, assicurando che chi giudica sia, a sua volta, giudicato da un organo terzo.

Essa si pone come strumento di garanzia e di equilibrio, volto a rafforzare la credibilità della funzione giudiziario senza compromettere l’autonomia.

La riforma è stata approvata in via definitiva dal Parlamento il 30 ottobre 2025 ma, non avendo raggiunto la maggioranza dei due terzi, è soggetta a referendum confermativo ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione. Solo dopo il referendum e la promulgazione potrà entrare in vigore con efficacia piena.

L’Alta Corte disciplinare non rappresenta un attacco alla magistratura, ma un tentativo di coniugare libertà e responsabilità, autonomia e trasparenza. In gioco non vi è solo l’equilibrio tra poteri dello Stato, ma la stessa fiducia dei cittadini nella giustizia repubblicana