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Le elezioni regionali del 2025 hanno certificato un cambiamento ormai strutturale nella geografia politica calabrese.

In dieci anni la regione è passata dall’essere una delle ultime roccaforti del centrosinistra a un territorio in cui il centrodestra domina con radicamento diffuso, soprattutto nelle province meridionali. È la fine della “Calabria rossa” che aveva rappresentato, per decenni, una costante della storia repubblicana.

Rispetto alle regionali del 2014, quando il centrosinistra superava il 60%, l’evoluzione è radicale.
La vittoria di Jole Santelli nel 2020 e quella di Roberto Occhiuto nel 2021 hanno segnato l’inizio di una lunga fase egemonica, culminata nel 2025 con percentuali superiori al 65% nel Sud della regione e oltre il 56% nel centro.

Solo il Nord della Calabria, con il 47% ottenuto dal candidato progressista, resta area contendibile.
Una trasformazione che racconta non solo uno spostamento elettorale, ma un mutamento più profondo della società calabrese.

La sinistra paga la perdita delle sue reti storiche: sezioni, sindacati, cooperative, amministratori locali.

Quel sistema di relazioni che aveva radicato la cultura democratica nei territori si è progressivamente dissolto lasciando spazio a un centrodestra che ha saputo interpretare i bisogni di prossimità e di rappresentanza.

Il commissariamento del Partito Democratico regionale e di alcune federazioni provinciali, come quella di Crotone, ha accentuato il distacco tra gruppi dirigenti e comunità locali, sostituendo esperienze consolidate con nuove leve prive di memoria storica e di legame con il territorio.

Sul piano culturale, la sinistra non è riuscita a intercettare i mutamenti sociali: spopolamento, precarietà, frammentazione delle identità collettive.

Il centrodestra, al contrario, ha occupato quello spazio offrendo sicurezza, appartenenza e continuità amministrativa.

La figura del presidente uscente, forte del consenso personale e dei rapporti istituzionali con Roma, ha consolidato il senso di stabilità in un elettorato che privilegia la capacità di “risolvere problemi” più che l’appartenenza ideologica.

La “Calabria rossa” non è dunque scomparsa improvvisamente, ma si è lentamente trasformata sotto la pressione di fattori economici, demografici e organizzativi.

Ciò che emerge è un nuovo equilibrio: un Sud conservatore e compatto, un Centro in bilico e un nord ancora pluralista.

Per il centrosinistra la sfida non è solo elettorale, ma identitaria e organizzativa: ricostruire luoghi di partecipazione formare nuove leadership locali e restituire rappresentanza a un mondo che si sente escluso.

La lezione che viene è che nessuna egemonia è eterna, ma senza radicamento nessuna alternativa può rinascere.

La Calabria ha cambiato pelle, e con essa l’idea stessa di appartenenza politica.