I “Costituenti” della Regione Calabria: una targa per una memoria che guarda al futuro
Marilina Intrieri
La cerimonia svoltasi lunedì 22 giugno a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, per l’apposizione della targa con i nomi dei consiglieri della prima legislatura regionale, è stata molto più di una commemorazione.
Ha rappresentato un’occasione preziosa per riflettere sul significato storico di una stagione che ha segnato la nascita della Calabria contemporanea.
Collocata nello spazio antistante l’Aula legislativa, la targa ricorda l’insediamento, il 22 giugno 1971, dell’Assemblea legislativa della Regione Calabria a Reggio Calabria, presieduta dall’illustre giurista On. Mario Casalinuovo.
Quella seduta segnò l’attuazione dell’accordo istituzionale raggiunto dopo la soluzione della questione del capoluogo e le drammatiche vicende dei moti reggini: il Consiglio regionale con sede a Reggio Calabria e la Giunta regionale a Catanzaro, presieduta dall’On. professor Antonio Guarasci
L’iniziativa, promossa dal Presidente del Consiglio regionale On. Salvatore Cirillo e dal Presidente dell’Associazione fra gli ex Consiglieri regionali On. Ernesto Funaro, alla presenza del consigliere della Prima legislatura On. Armando Algeri, dei familiari degli altri consiglieri e di numerosi ex consiglieri regionali, ha restituito memoria e riconoscenza a una generazione di amministratori chiamata a dare concreta attuazione al dettato della Costituzione attraverso l’avvio dell’autonomia regionale.
Tra quei consiglieri “costituenti” vi era anche il generale Domenico Intrieri. Per suo figlio Gaetano e per me e mio fratello Francesco, suoi nipoti, quella cerimonia ha assunto un significato particolarmente intenso. Il ricordo familiare si è intrecciato naturalmente con la memoria delle istituzioni e con la consapevolezza del ruolo che quella generazione ebbe nel costruire le fondamenta della Calabria di oggi.
Quando si insediò il primo Consiglio regionale erano trascorsi appena ventidue anni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana e venticinque dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Molti dei protagonisti di quella stagione avevano conosciuto direttamente la guerra, le privazioni del dopoguerra, la ricostruzione del Paese e la nascita della Repubblica.
L’istituzione delle Regioni rappresentava una delle grandi promesse della Costituzione del 1948. Per oltre vent’anni quella previsione rimase inattuata. Soltanto nel 1970 si giunse all’elezione dei primi Consigli delle Regioni a statuto ordinario, completando uno dei passaggi più significativi del processo di attuazione della Costituzione e di rafforzamento della democrazia repubblicana.
L’Italia di quegli anni viveva una stagione di profonde trasformazioni. I movimenti giovanili chiedevano maggiore partecipazione, i movimenti delle donne rivendicavano uguaglianza e nuovi diritti, il mondo del lavoro conquistava tutele destinate a cambiare profondamente la società italiana. Erano gli anni dello Statuto dei lavoratori, del divorzio, dell’avvio delle grandi riforme civili, che avrebbero caratterizzato il decennio successivo.
Erano però anche gli anni delle tensioni sociali e politiche, dell’affacciarsi dell’estremismo e della violenza che avrebbe condotto alla stagione del terrorismo. In quel clima, la Corte di cassazione dispose il trasferimento a Catanzaro del processo per la strage di Piazza Fontana, per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto.
È all’interno di questo quadro nazionale che va collocata anche la nascita della Regione Calabria e la complessa vicenda della scelta del capoluogo, una questione che non nacque nel 1970 ma affondava le proprie radici nella storia stessa della regione.
Per secoli la Calabria era stata articolata in diverse realtà amministrative e nessuna città aveva esercitato in modo esclusivo il ruolo di capitale dell’intero territorio regionale. Reggio Calabria poteva rivendicare il primato demografico, una consolidata centralità storica e il proprio ruolo strategico nello Stretto; Catanzaro vantava una lunga tradizione amministrativa e istituzionale; Cosenza rappresentava uno dei principali poli culturali della regione. Le province di Crotone e Vibo Valentia sarebbero state istituite soltanto vent’anni più tardi.
Quando si trattò di dare concreta attuazione all’autonomia regionale, queste diverse identità territoriali emersero con forza. La scelta del capoluogo assunse rapidamente un valore che andava ben oltre la semplice individuazione di una sede amministrativa: divenne il simbolo degli equilibri politici, economici e istituzionali della nuova Regione.
I moti di Reggio Calabria si svilupparono proprio in questa fase particolarmente delicata della vita repubblicana. Una protesta nata attorno alla questione del capoluogo rischiò di intrecciarsi con il clima di radicalizzazione politica che attraversava il Paese, segnato dall’emergere dell’eversione e dai primi episodi di terrorismo. Per questo la vicenda calabrese non può essere letta soltanto come una controversia territoriale, ma deve essere compresa nel più ampio contesto delle tensioni che caratterizzarono l’Italia degli anni Settanta.
Fu in quel dibattito che alcuni consiglieri regionali scelsero di sostenere apertamente le ragioni di Reggio Calabria. Tra essi gli Onorevoli Domenico Intrieri, Antonino Lupoi e Pasquale Iacopino, che interpretarono una diffusa richiesta proveniente dalla città dello Stretto e dal suo territorio, assumendo una posizione coerente con il mandato ricevuto dai propri elettori.
Il valore di quella stagione, tuttavia, non risiede soltanto nella legittima difesa delle diverse posizioni. Il vero merito storico di quella classe dirigente fu la capacità di ricondurre il confronto nell’alveo delle istituzioni democratiche e di individuare una soluzione che consentisse alla Calabria di guardare avanti.
Da quella difficile mediazione nacque infatti l’assetto istituzionale che ancora oggi caratterizza la Regione: il Consiglio regionale con sede a Reggio Calabria e la Giunta regionale a Catanzaro.
Una soluzione che non cancellò del tutto le ferite di quegli anni, ma che consentì alla giovane Regione di superare una delle prove più difficili della propria storia, consolidando le istituzioni democratiche e aprendo una nuova fase della vita politica calabrese.
Ma la questione delle sedi istituzionali non era l’unica sfida che la Prima legislatura era chiamata ad affrontare. Accanto alla costruzione dell’autonomia regionale vi era un obiettivo ancora più ambizioso: promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale di una terra che scontava ritardi storici e profonde disuguaglianze.
All’inizio degli anni Settanta la Calabria presentava ancora indicatori di arretratezza che la collocavano tra le aree più fragili del Paese. L’emigrazione continuava a sottrarre energie e competenze, vaste aree del territorio erano ancora caratterizzate da elevati livelli di povertà e di analfabetismo e migliaia di giovani erano costretti a lasciare la propria terra per poter studiare o costruire il proprio futuro.
Fino al 1972 la Calabria, insieme alla Basilicata e alla Valle d’Aosta, era priva di una propria università. Per intere generazioni conseguire una laurea significava trasferirsi a Napoli, Messina, Bari, Roma o in altre città italiane, affrontando sacrifici economici che la gran parte delle famiglie non era in grado di sostenere.
La nascita dell’Università della Calabria rappresentò quindi una svolta storica. Non fu soltanto l’apertura di un nuovo ateneo, ma l’avvio di un grande progetto di crescita civile e culturale destinato a formare una nuova classe dirigente regionale.
Per migliaia di giovani calabresi, e soprattutto per molte ragazze provenienti da famiglie che difficilmente avrebbero potuto mantenerle agli studi fuori regione, l’università divenne finalmente un’opportunità concreta di emancipazione sociale e culturale.
Nello stesso periodo si cercò di dare una risposta anche alle tensioni territoriali emerse dopo i moti attraverso un ambizioso programma di investimenti pubblici.
Tra i progetti più significativi vi fu quello del V Centro siderurgico di Gioia Tauro, destinato a rappresentare uno dei più grandi interventi industriali programmati per il Mezzogiorno.
Quel progetto non fu mai realizzato nelle forme originariamente previste. Tuttavia, proprio da quella stagione di programmazione e dalle infrastrutture allora realizzate nacque successivamente il Porto di Gioia Tauro, oggi uno dei principali hub del Mediterraneo e una delle infrastrutture strategiche più importanti del Mezzogiorno.
Guardando oggi a quella stagione, appare evidente come la Prima legislatura regionale non abbia dovuto affrontare soltanto la questione del capoluogo o la distribuzione delle sedi istituzionali.
Essa fu chiamata a porre le basi della Calabria contemporanea: l’autonomia regionale, la crescita democratica, l’espansione dell’istruzione universitaria, la programmazione economica, le infrastrutture e la formazione di una nuova classe dirigente.
Quei consiglieri regionali non furono soltanto amministratori pubblici. Furono gli artefici di una stagione fondativa, chiamati a costruire istituzioni nuove in uno dei momenti più delicati della storia repubblicana.
Dovettero confrontarsi con le tensioni territoriali, con le profonde trasformazioni della società italiana, con la domanda di sviluppo proveniente dalle comunità locali e con la responsabilità di dare concreta attuazione a un progetto costituzionale rimasto per oltre vent’anni incompiuto.
La loro lezione conserva ancora oggi una straordinaria attualità. Le istituzioni si rafforzano quando riescono a tenere insieme identità diverse, interessi differenti e sensibilità territoriali all’interno di un comune progetto di futuro.
La Calabria che oggi guarda al Porto di Gioia Tauro, alle sue università, all’alta formazione, alle grandi infrastrutture, alle prospettive di sviluppo dell’area dello Stretto e al Ponte, affonda le proprie radici anche in quella stagione fondativa inaugurata dalla prima legislatura regionale.
regionale.
Per la mia famiglia quella targa non rappresenta soltanto un ricordo. È il riconoscimento pubblico di una generazione che considerava la politica un servizio e le istituzioni un bene comune
Mio zio, il generale Domenico Intrieri, come tanti altri protagonisti di quella stagione, apparteneva a una classe dirigente che discuteva, si confrontava anche con fermezza e, talvolta, si divideva su scelte decisive, ma che non perdeva mai di vista l’interesse della Calabria e la responsabilità verso le istituzioni.
Ricordare oggi lui e tutti i consiglieri della prima legislatura significa rendere omaggio agli uomini che diedero concreta attuazione all’autonomia regionale, contribuendo a costruire le istituzioni democratiche sulle quali ancora oggi si fonda il futuro della Calabria.
Io ero ancora una ragazzina. Ricordo che ascoltavo le conversazioni tra mio padre e mio zio Domenico sul lavoro del Consiglio regionale, sulle leggi, sulle responsabilità della politica e sul futuro della nostra terra.
Non ne comprendevo pienamente il significato, ma ne percepivo la serietà, il senso dello Stato e la passione civile.
Col tempo ho capito che quei dialoghi familiari rappresentavano una vera scuola di educazione civica.
Mi piace pensare che proprio da quelle conversazioni, ascoltate quasi in silenzio, sia nata la mia passione per l’impegno pubblico, per le istituzioni e per la politica intesa come servizio alla comunità
Per questo, osservando quella targa all’ingresso dell’Aula legislativa, non vedo soltanto i nomi di chi ha scritto una pagina importante della storia della Calabria.
Vedo un’eredità morale consegnata alle nuove generazioni: il dovere di custodire le istituzioni democratiche, di anteporre il bene comune agli interessi di parte e di continuare a costruire, con lo stesso spirito di servizio, il futuro della nostra Regione.
