Inchiesta WELCOME 07.05.2026
Quando la disperazione diventa mercato. Il prezzo della speranza tra immigrazione illegale e sfruttamento umano
Marilina Intrieri
L’inchiesta “Welcome”, coordinata dalla Procura di Crotone e sviluppata tra più province italiane, racconta molto più di una vicenda di falsi nullaosta o di pratiche irregolari per permessi di soggiorno. Racconta un sistema costruito sul doppio sfruttamento degli esseri umani: da una parte migranti poveri, fragili, ricattabili; dall’ altra territori economici che vivono di lavoro precario e scarsamente controllato.
Secondo quanto riportato dagli organi di stampa, il meccanismo sarebbe stato semplice e insieme devastante: falsi contratti di lavoro, documentazione ideologicamente falsa, pratiche costruite per simulare assunzioni e residenze, somme di denaro richieste agli stranieri per ottenere un nullaosta e dunque il diritto a entrare o restare in Italia. Cifre altissime: circa 7 mila euro per ogni pratica, oltre 1.300 istruttorie sospette in pochi anni, un giro stimato di centinaia di migliaia di euro.
Ma dietro i numeri c’è una questione molto più profonda.
Chi paga migliaia di euro per un permesso di soggiorno spesso non compra un privilegio: compra una speranza. Vende beni, si indebita con parenti, si affida a intermediari, entra in una spirale di dipendenza economica e psicologica. E una volta arrivato in Italia diventa ancora più vulnerabile, perché il suo soggiorno dipende dal lavoro e il lavoro dipende spesso da chi lo controlla e qui nasce il doppio sfruttamento.
E’ uno sfruttamento economico e criminale perché il migrante viene trasformato in cliente di un mercato illegale della disperazione. Ed è uno sfruttamento sociale e lavorativo di una persona che arrivata attraverso un sistema opaco difficilmente denuncerà condizioni di lavoro degradanti, salari bassissimi, orari impossibili o ricatti occupazionali. La paura di perdere il permesso o di essere espulso diventa uno strumento di dominio.
Queste vicende mostrano l’esistenza di reti grigie, non sempre o solo mafiose, nel senso tradizionale del termine, capaci di intrecciare professionisti, intermediari, pratiche amministrative, debolezze burocratiche. Un capitalismo dell’irregolarità che prospera dove i controlli sono frammentati e dove la domanda di manodopera a basso costo incontra la disperazione di chi cerca un futuro.
Eppure, dietro le inchieste e i numeri, restano impressi soprattutto i volti.
Ricordo spesso, quando leggo di questi fatti, il sopralluogo nel CARA di Isola Capo Rizzuto, che feci da Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, nel 2014 quando intervenni, su richiesta dell’allora presidente del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, dott. Luciano Trovato, per verificare la presenza di minori stranieri non accompagnati che non risultavano correttamente comunicati al Tribunale a fini di tutela.
Fu difficile perfino entrare. Nonostante le prerogative istituzionali di accesso, vi furono ostacoli e resistenze burocratiche per accedere alla struttura come Autority. Ciò che vi trovai resta una delle esperienze più dure della mia vita pubblica: bambini non accompagnati impauriti e piangenti che mi chiedevano, tramite le interpreti che mi accompagnavano, di contattare i genitori, di cui conservavano il numero di telefono scritto sul braccio, senza che nessuno se ne curasse, alloggiati in un capannone cn un tetto in lamiera e 40 gradi all’esterno, donne costrette a dormire di notte in condizioni drammatiche con uomini sconosciuti insieme a ragazze minorenni che raccontavano situazioni di violenza, paura, sopraffazione, madri con figli neonati mai visitati, alcuni cn insufficienza respiratoria come accertò il pediatra che mi accompagnava.
Tutto venne segnalato agli organi competenti e alla magistratura. Ma per anni attorno a quelle realtà si è avvertito un muro di silenzi, sottovalutazioni, rimozioni, addirittura un premio al rappresentante del CARA poi condannato per mafia, dalla seconda carica dello Stato, finché le successive indagini della magistratura antimafia guidata dal procuratore Nicola Gratteri non portarono alla luce un sistema di gestione e sfruttamento che avrebbe scosso l’intero Paese.
Per questo il tema dell’immigrazione non può essere affrontato solo come questione ideologica o elettorale. Dietro ogni pratica falsa, dietro ogni permesso costruito illegalmente, dietro ogni rete di intermediazione opaca, esistono persone vere, fragili, trasformate in strumenti di profitto.
Ed è significativo che le indagini nascano spesso da anomalie apparentemente piccole: un imprenditore che disconosce un’assunzione, documenti incoerenti, residenze sospette. Segno che il sistema amministrativo, pur con difficoltà, conserva ancora anticorpi importanti.
Attenzione però a non fermarsi alla sola dimensione repressiva.
La risposta non può essere soltanto penale. Perché ogni volta che si crea un mercato clandestino dei permessi di soggiorno significa che qualcosa non funziona nei canali legali di ingresso, nei tempi amministrativi, nell’incontro trasparente tra domanda e offerta di lavoro, nei percorsi di integrazione.
C’è un profilo umano che troppo spesso resta sullo sfondo del dibattito pubblico. In queste storie non esistono solo “clandestini” o “furbi”. Esistono anche persone che fuggono da povertà estreme, famiglie che investono tutto su un viaggio, lavoratori che finiscono intrappolati in un sistema che li considera forza lavoro usa e getta.
Per questo il contrasto all’immigrazione illegale deve andare insieme al contrasto dello sfruttamento. Le due cose non sono alternative. Anzi: quando lo Stato colpisce i trafficanti di documenti falsi, ma anche chi alimenta il lavoro nero e il dumping sociale, tutela contemporaneamente la legalità e la dignità umana.
L’inchiesta di queste ore, dunque, non parla solo di reati. Parla del rischio che la fragilità umana diventi una filiera economica. E ricorda che una società democratica non si misura soltanto dalla capacità di reprimere l’illegalità, ma anche dalla capacità di impedire che la disperazione diventi merce.
