
Roma 2.11.2025
Una giustizia imparziale: il senso civile della separazione delle carriere Marilina Intrieri
La separazione delle carriere non è una questione tecnica né una battaglia di categoria. È una scelta che riguarda la fiducia dei cittadini nella giustizia e la credibilità dello Stato di diritto.
Per molti, sostenere questa riforma significa credere in una giustizia più trasparente, in cui l’autonomia non diventi privilegio e la terzietà non resti un principio astratto.
Le reazioni dell’Associazione Nazionale Magistrati, spesso critiche verso l’ipotesi di separazione, confermano quanto il tema venga vissuto come una difesa d’identità più che come un confronto sul merito.
Eppure, la riforma non nasce contro la magistratura, ma per restituirle piena autorevolezza: distinguere i ruoli non significa dividere, ma rendere più limpido il confine tra chi esercita l’accusa e chi deve decidere.
Solo così la giustizia potrà essere percepita come davvero imparziale, restituendo ai cittadini la fiducia in un potere che decide della libertà e della dignità delle persone.
Il principio della terzietà del giudice impone che chi decide sia e appaia indipendente da ogni parte del processo, compreso il pubblico ministero.
Oggi, pur nel rispetto delle garanzie formali, il fatto che giudici e PM appartengano allo stesso ordine, condividano carriere e organi di autogoverno, genera una prossimità che può minare la fiducia dei cittadini nella neutralità del giudizio.
Separare le carriere significa dare piena attuazione a quel principio, rendendo visibile e concreta l’imparzialità del giudice e non indebolisce la magistratura:la rafforza
Riconoscere che le funzioni di chi indaga e di chi giudica richiedono formazione, mentalità e responsabilità diverse non è una concessione alla politica, ma una garanzia per il cittadino.
L’indipendenza del pubblico ministero resta intatta, ma distinta da quella del giudice, che deve essere equidistante da ogni parte del processo.
Una giustizia credibile è tale solo se sa rispondere anche dei propri errori. Riflettere su questo significa interrogarsi sul modo in cui la giustizia esercita la propria autonomia e sulla necessità di accompagnarla a una chiara responsabilità.
In questa prospettiva, è utile guardare anche agli altri ordinamenti: in Francia, Germania e Spagna, i pubblici ministeri fanno parte di una gerarchia amministrativa che risponde al Ministro della Giustizia.
In quei sistemi, la dipendenza dall’esecutivo non è contestata, perché la tradizione giuridica affida al governo la responsabilità politica della politica criminale.
Il caso francese dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, giudicato in un contesto in cui il pubblico ministero dipende dal Ministro, ha però mostrato quanto sia fragile l’equilibrio tra giustizia e potere politico quando le funzioni non sono chiaramente distinte.
Il modello italiano, invece, ha scelto un’autonomia più ampia, che ora va resa più trasparente e coerente con il principio di terzietà.
Separare le carriere significa evolvere dentro la Costituzione, non contro di essa: chiarire i ruoli, rafforzare la fiducia e preservare l’indipendenza come valore condiviso, non come privilegio.
La giustizia non deve solo essere giusta: deve anche apparire tale.
In una società che chiede trasparenza e responsabilità, la distinzione dei ruoli assume un valore simbolico e sostanziale.
Un cittadino che sa che chi indaga e chi giudica appartengono a carriere distinte, con regole e organi di autogoverno separati, sarà più incline a credere nella neutralità del processo e nella legittimità della sentenza.
Separare le carriere non è una riforma contro qualcuno, ma per qualcosa: per una giustizia più equilibrata, più credibile e più vicina alle persone.
Non tocca il principio di indipendenza della magistratura: lo rafforza, rendendolo visibile e comprensibile
In un tempo di disillusione istituzionale, offrire ai cittadini una giustizia che sia non solo imparziale ma anche percepita come tale, è il passo più alto che uno Stato di diritto possa compiere.
### Un voto che parla al Paese ferito
La riforma non è una disputa tra giuristi, ma un tema che tocca la coscienza civile del Paese.
Per molti cittadini, il voto sulla separazione delle carriere sarà un gesto di fiducia e, insieme, di riscatto morale verso chi ha conosciuto l’umiliazione di un’accusa infondata o l’attesa di un processo senza fine.
Sarà anche un giudizio sul potere di chi esercita la giustizia: sulla necessità che l’autonomia non diventi autoreferenzialità, e che la responsabilità non sia mai confusa con la subordinazione.
Separare le carriere significa restituire alla giustizia la fiducia di chi ha continuato a credere nello Stato, anche quando lo Stato ha sbagliato.
È un voto che non divide, ma ricompone: perché chi giudica non deve mai essere parte, e chi è giudicato non deve più sentirs
