ROMA 30.10.2025
RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
Un passo politico per un equilibrio dei poteri più maturo e una magistratura più autorevole
Marilina Intrieri
La riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente rappresenta, al di là delle appartenenze, un atto politico di grande responsabilità istituzionale. Non è, come taluni sostengono, una resa alla politica, ma un recupero di equilibrio tra poteri dello Stato che la Costituzione stessa disegna in termini di reciproco controllo e autonomia, non di sovrapposizione.
Chi difende la riforma parte da una convinzione semplice ma decisiva: la giustizia non può più permettersi ambiguità di ruoli. In un sistema democratico maturo, chi accusa e chi giudica devono essere distinti non solo nelle funzioni, ma anche nei percorsi professionali, nella formazione e negli organi di autogoverno. È un principio di trasparenza, prima ancora che di diritto: garantire ai cittadini che chi li giudica non sia parte del medesimo corpo che li accusa.
La netta distinzione delle carriere è dunque il fulcro simbolico e sostanziale della riforma. Essa non mina, come alcuni temono, l’indipendenza della magistratura, ma la rafforza: perché la separazione tra giudice e pubblico ministero riduce i margini di influenza interna e rende più chiaro il confine tra potere inquirente e funzione giudicante. È una riforma che restituisce al giudice la piena terzietà e al pubblico ministero la piena responsabilità della sua azione.
Accanto a questo pilastro, vi sono altre innovazioni di rilievo. La previsione di due Consigli Superiori della Magistratura, ciascuno autonomo e in parte composto tramite sorteggio, introduce una misura di rottura con il sistema delle correnti che per troppo tempo ha condizionato le nomine e le carriere. Non si tratta di sfiducia verso i magistrati, ma del riconoscimento che anche gli organi di autogoverno devono essere percepiti come luoghi di equilibrio e non di appartenenza.
Ugualmente significativa è la creazione di un’Alta Corte disciplinare, organismo terzo e indipendente chiamato a giudicare le condotte dei magistrati. È una scelta di civiltà istituzionale: separare chi governa le carriere da chi giudica le violazioni deontologiche restituisce autorevolezza a entrambe le funzioni e tutela la credibilità complessiva dell’ordine giudiziario.
In questo quadro, la riforma non va letta come un attacco, ma come un atto di fiducia nella magistratura: la si vuole più forte, non più controllata; più indipendente, non più isolata. Una magistratura che non debba difendersi dalle critiche, ma che risponda ai cittadini con la forza della sua imparzialità e della trasparenza dei suoi meccanismi interni.
La politica, con questa riforma, si assume una responsabilità che per decenni ha evitato: intervenire sulla giustizia non per limitarla, ma per renderla più autorevole. E i cittadini, chiamati al referendum confermativo, avranno la possibilità di decidere se vogliono una giustizia che resti identica a sé stessa o che sappia rinnovarsi, accettando la sfida della modernità istituzionale.
In tempi di sfiducia diffusa, restituire alla giustizia la percezione di terzietà e di equilibrio non è una concessione alla politica: è un servizio alla democrazia.

